ILSOGNO DEL CAVALLO"


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Ancora una bella recensione dell'amico giornalista
ETTORE MARINO

Ettore Marino
Note, che si vorrebber sapide e son soltanto rapide, a
"Il sogno del cavallo"

La città, il palio, la contrada; la memoria dell’uomo, quella di tutto un popolo; i sapori e gli odori, il vino e i cibi; l’agognata vittoria, le torri, i vicoli, le pietre, le colline… Non è poesia di immagini quella di Maria Teresa Santalucia Scibona. Non slitta mai nel patinato; anzi, ed è l’unico moto, se non di sdegno, di fastidio, strappa le cartoline ad ogni eventuale turista.
È una poesia d’amore, di mai banale amore; poesia, direi, di consustanzialità: l’io è l’io, Siena è Siena, tutto è vivido e netto, ma poi t’accorgi che l’io diventa, un poco, la città, e t’accorgi che questa va per le vene dell’io come un vino rossissimo, che è già sangue.
La lingua è nobile naturalmente. Rime, assonanze, consonanze, come per caso, e l’arte sta tutta in quel come (possa l’atto di stampa non cassarmi i corsivi!). Stupendi endecasillabi, che mai però si fermano a lasciarsi guardare, a piatir plauso (me n’urge in penna una dozzina, e ho da frenarla!). Un sonetto soavemente strano quanto a disposizion di rime e con un verso addirittura irrelato e seguito da uno con l’ictus in quinta, che l’autrice, in chiusa, appella madrigale. Una ballata che simula gagliarda (qui una sillaba in più, là una in meno) un’insipienza che è agli antipodi dalla fabrilità della poetessa. Un’ironia affettuosa, gratamente bizzarra: Sia tralasciato il celere spuntino, / sia bando alla noiosa sobrietà. Oppure: Gente villica o dotta / volutamente ignora / i calcoli e la gotta. E poi, e poi tante altre cose.
Non tutto è idillio. O meglio, è tutto idillio, che si libra però sul paradosso di un dolore che c’è e che è detto: Felicità non dura / senza presagi di malinconia; oppure, più metallico e amaro: Si appanni la crudeltà di vivere.
Ciò che ci è dispiaciuto è quello che chiamerei un eccesso di timidezza: un magnifico e legittimo ruzzano, ad esempio (ah, i corsivi!), virgolettato come un figlio spurio. Ci sono dispiaciute certe ridondanze, sfuggite chissà come al calamo: Colline dorate / baciate dal sole, / che indugia caldo generoso / a granire […]; o certe zeppe, dure come ogni zeppa, come ogni zeppa inutili: Mito perenne d’antica civiltà; oppure: Il paesaggio è mitico, divino; o ancora: Soffusa di grazia / e di beltà – detto di quella Piazza del Campo che proprio non ne ha bisogno… Pecche però rade e poche in un libro che sa ricordare al Sole di salutare e benedire Siena prima di correre a dormire, prima di correre a morire.
Chiuderò ringraziando la signora Santalucia Scibona per la poesia che viene da lei e che materna s’effonde non solo sulla pagina.





Articolo tratto da: Scibona - http://www.scibona.org
URL di riferimento: http://www.scibona.org/index.php?mod=read&id=1227689765