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Read "IL VIAGGIO VERTICALE".
eventi_letterari.pngIn perenne ricordo di uno degli amici più cari incontrati
nell'incerto sentiero del nostro pellegrinare, posterò la magnifica relazione, del noto raffinato Scrittore
GIAMPAOLO RUGARLI,
per la presentazione del mio volume poetico
" IL VIAGGIO VERTICALE ", al pubblico senese.

M.TERESA SANTALUCIA SCIBONA “IL VIAGGIO VERTICALE “-
EDIZIONE DI EMILIO COCO - RELAZIONE DI GIAMPAOLO RUGARLI – DALLA SALA COMUNALE DELLE LUPE DI SIENA –
VENERDI’, 4 MAGGIO 2001

Segue la relazione.

M.TERESA SANTALUCIA SCIBONA “IL VIAGGIO VERTICALE “-
EDIZIONE DI EMILIO COCO - RELAZIONE DI GIAMPAOLO RUGARLI – DALLA SALA COMUNALE DELLE LUPE DI SIENA –
VENERDI’, 4 MAGGIO 2001

Un anno fa ( poco meno o poco più, non ricordo) Maria Teresa mi spedì una poesia. La poesia si intitolava “Le mura di Gerico” e mi era dedicata:- era ,è molto bella e infatti appare penultima, in ordine progressivo, tra i componimenti ( ventisei in tutto, mi pare ) della raccolta che presentiamo stasera. De “Le mura di Gerico”, mi colpì molto l’ultimo verso: “ Un tempo incorruttibile ci attende”, non solo perché si tratta di un perfetto endecasillabo, e gli endecasillabi sono merce rara tra i poeti di oggidì, ma perché viene offerto un annuncio che sarebbe riduttivo definire consolatorio. Se un tempo incorruttibile ci attende, si fa chiaro il senso di tutto o almeno è certo che tale senso si farà chiaro. Il gesto di Maria Teresa mi commosse molto - un gesto così gentile e così fuori del tempo, un anacronismo che lo rendeva gentile due volte. Nel ringraziare la poetessa sopravvalutai le mie forze e promisi che avrei risposto, in versi. Badiamo:- una replica in versi è cosa molto diversa da una poesia, e, per quanto potessi presumere di me stesso, nella mia impudenza mi ritenevo capace di scrivere versi, non anche poesie. Non ho mantenuto la promessa formulata con qualche leggerezza, ma confido che Maria Teresa mi abbia perdonato. “ Il Viaggio Verticale” è un piccolo libro, piccolo nella quantità e nel formato, perché poche volte mi sono imbattuto in tante sollecitazioni, in tanti suggerimenti, e , come scrive Maria Teresa, in tanti sussulti. Anche se il paragone è abusato, mi è sembrato di respirare aria sana, fresca, in un tempo come il nostro che vive soprattutto di mistificazione. E purtroppo in alcuni casi mistifica anche la poesia, forse perché la dose di anarchia che le è implicita ben si presta a imbrogliare le carte in tavola, a spacciare volgarissimo ottone per oro zecchino: Torno a dire che io non sono un poeta, e quindi temo di essere più un orecchiante che un competente. Dev’essere per questo che sono schiavo di due pregiudizi, Il primo pregiudizio è che il significante deve avere un significato. Non mi piacciono le parole in libertà. In casi del tutto eccezionali si può ammettere che a farla da padrone sia il suono, e che, per fare poesia, basti accostare suoni gradevoli, musicali:- ma, nella norma, io chiedo al suono di esprimere concetti. Certo: la poesia può e deve concedersi libertà sconosciuta alla prosa, ma, alla fine, occorre che un sentimento abbia trovato voce. Del secondo pregiudizio sono debitore a Bachtin. Non basta dar voce a qualsiasi sentimento: occorre che tutti, quasi tutti possano condividere il sentimento espresso, possano identificare la pena e la gioia dl poeta con la loro pena, con la loro gioia. A differenza del romanzo, che è costruzione dialogica per definizione, e quindi aperta ad accogliere opinioni anche contrastanti, la poesia parla univocamente, non ammette di essere contraddetta, vuole essere ( e lo è quando è vera) la voce del mondo. Si pensi, per prospettare un esempio quasi ovvio nella sua evidenza, al coro che, nell’Agamennone di Eschilo, commenta il sacrificio di Efigenia.


- Questa è la tesi di Bachtin che a me sembra assolutamente convincente. Ebbene le poesie di Maria Teresa davvero riescono a essere voce del mondo, nei termini spiegati da Bachtin, e davvero toccano il cuore, poiché ognuno per quanto scettico, per quanto disincantato - vi può riconoscere il proprio mondo più intimo, più riposto. E forse la qualità più bella che, tra tante altre, va attribuita alla poesia di Maria Teresa è la capacità quasi magica di andare a scavare nell’indistinto dell’anima, per portare alla luce sentimenti che urgono dentro di noi e che tuttavia noi non riusciamo a definire , a descrivere. E’ difficile ricondurre i temi toccati a categorie più generali, tanto ricca è l’ispirazione della poetessa. In alcune poesie vi è traccia di esperienze diviaggio: e i versi restituiscono la malia, soprattutto il fascino misterioso del luoghi visitati. Vorrei ricordare ad esempio “ Viaggio in Sicilia”, dove chi ha esperienza della plaga fra Enna e Caltanissetta rivive “ brulle colline/ sotto un cielo di solitudini,” mentre “ chiocciole secche di sole / biancheggiano alla canicola... " Non si potrebbe dire meglio. Ma - o che sia la solitudine paurosa delle colline siciliane o che siano altri paesaggi più complici, più accattivanti - il panorama vale non per se stesso: vale invece per il rimbalzo, se posso dire così, che suscita nell’anima. Alla fine scatta sempre uno stato di stupore, quasi di sospensione, e s’intende che c’è sempre un oltre, non esplorato e non esplorabile: ciò che conta è raggiungere l’oltre. Altri componimenti tradiscono stizza nei confronti di tutto ciò che, pur di effimero e contingente, ha invaso le nostre esistenze. E si veda “Modernità”, dedicata a Giorgio Luti, dove tra l’altro si legge:- “Contaminata è l’italica lingua / dalle smanie dell’esterofilia. / Si anneghino le seduttive stelle / nella prosa volgaruccia e banale./ Per sembrare moderni ed attuali / illuminiamo il giorno con rifiuti / feriali, dell’immensa città. / E viviamo il glorioso presente / e l’incerto domani /fra un nostalgico tango da balera / e i richiami del nulla. Qui il tono satireggiante lambisce quasi l’invettiva, come conferma il successivo richiamo al fango e ai fetidi liquami in cui si rimesta a piene mani. La stessa poesia nel terzultimo verso ha un richiamo ai “valori supremi”, ciò che aiuta a scoprire un “ Leitmotiv”, una costante aspirazione di fondo. Altro tema che è nella poesia di Maria Teresa è la malattia ( e, con la malattia, la sofferenza conseguente ). Con altra persona non toccherei questo argomento, per un malinteso senso di discrezione, di delicatezza: con Maria Teresa mi permetto di ricordare che, a un punto una donna ancora giovane, nel pieno delle forze, una donna che è sposa e madre, viene colpita da una crudele malattia che la menoma, limitandone i movimenti e costringendola ad una condizione di semireclusione reclusione. Qualche cosa di simile ho sperimentato anch’io, quand’ero ragazzo, per causa di una malattia non mia ma altrui ( e, in alcuni dei miei libri, ho parlato di questa esperienza ): questo cenno autobiografico non vuole avviare una sorta di gara a chi è o a chi è stato più infelice, ma serve solo a chiarire che l’avventura della cattività è nota a chi vi parla. Ebbene pur paradossale che sembri questa conclusione, ma si pensi al caso di Emily Dickinson - la cattività o la quasi cattività restringe lo spazio disponibile solo apparentemente, perché in realtà lo dilata a dismisura.


-Chi, per una o un’altra ragione non può fare assegnamento sulle proprie gambe, si muove, anzi corre con la fantasia, e non a caso si parla di ali della fantasia: e accade così che una apparente condizione di handicap si trasformi quasi in uno stato di privilegio, di elezione. L’immobilità involontaria costringe a uscire dalle dimensioni di spazio e di tempo, e se posso ripetere una battuta di un mio romanzo di dodici anni fa, i confini possono spostarsi, in nessun caso sparire. E il protagonista del mio “Nido di ghiaccio” osserva “ all’interno dei confini non avrei mai scoperto un mare più vasto e più profondo di quello che fiottava dentro di me.” In Maria Teresa la scoperta di questo mare, per fortuna, è immediata o quasi immediata, sebbene l’angustia della malattia talvolta trabocchi. E si legga “Il bosco dei diversi” una bellissima composizione che in traduzione spagnola fa da esergo alla raccolta. Lo sconforto traspare, ma non è scomposto e tanto meno gridato: è detto a mezza bocca, sussurrato. I diversi “Addormentati nella malattia/ attraversano gli anni/ con un futuro spento, / l’equivalente della morte/ Nessuno comprende l’indocile /rissa delle lacrime. I loro sogni, i loro desideri / planano altrove/ Statue vive dentro migliaia di sbarre. / Indifesi aspettano solo / il dolce sussulto della morte.” E’ un cedimento fuggevole. Maria Teresa ( che non a caso cura un’antologia di scritti dovuti a carcerati - e l’antologia ha il titolo significativo “ Sogno e solitudine” si proietta sempre di più verso quell’oltre cui avevo accennato dianzi. L’approdo è il tempo incorruttibile che ci attende, ed è qui che la poesia di Maria Teresa rivela la sua aspirazione più vera, più profonda. Occorre fare molta attenzione a questo punto. Sarebbe incongruo pensare che la poesia di Maria Teresa possa essere inclusa nel genere della poesia religiosa o anche della poesia di ispirazione religiosa. Dio è più di un aspetto che affiora tra mille brume nei momenti di più alta tensione drammatica - ma sono rari momenti, Maria Teresa è aliena dal glangore delle scene madri, preferisce bisbigliare, alludere, sottindere. A occupare il palcoscenico provvedono per lo più i mille e mille trasalimenti che la vita ci riserva ( emozioni d’amore, anche non ortodosso; i miracoli dell’arte e della natura; persino il peccato, e si veda la dolcissima “Sinfonia per Rimbaud”, così il riferimento al tempo incorruttibile, pur costante e forse inevitabile , non è mai predicatorio, ma è sempre dolcissimo, soffuso di luci tenue, smorzate. Infine, dopo aver rammentato che la poesia di Maria Teresa ( finalmente! ) ha un significato, vorrei pure rammentare che non per questo la musicalità del verso viene posta in oblio. Anche un non addetto ai lavori come me si accorge del gioco di alcune rime ( talvolta interne), buttate là come per mera combinazione, o degli endecasillabi che inopinatamente si accendono e imprimano al discorso la solennità di un andante. E si veda sempre in “Sinfonia per Rimbaud”, la constatazione che, in morte, il poeta ha smesso di soffrire. “ Sul tuo amato battello immaginario" , precisa Maria Teresa, e la precisazione ha la musica di un mirabile endecasillabo. L’endecasillabo col suo ampio respiro, bene spesso chiude e suggella le poesie, e vorrei rammentare ( tutti splendidi versi): “obliando le beghe dei mortali”( nel precitato Rimbaud ), “esoterica ascesa da iniziato” ( Il sublime sigillo), “il muschio vellutato del giardino” ( Indizi di primavera) e così via.


E’ impossibile riassumere in poche parole, la malinconica la dolcezza delle poesie che ho cercato di illustrarvi, - forse è impossibile parlarne in qualsiasi modo, e tutto ciò che ci è consentito è esortarvi a leggere e a rileggere “ Il viaggio verticale “ (verticale) la spiegazione è quasi superflua - perché è in questione l’anima, che può ascendere discendere e dunque muoversi verso le stelle o verso l’abisso. Forse non mi ero sbagliato nel voler rispondere a Maria Teresa, adottando almeno la parvenza della poesia, sarebbe stato il modo più immediato per comunicare: non l’ho fatto ed è meglio così, ,e invero credo proprio che non sarei riuscito a tradurre sulla carta la mia emozione, il mio sentimento. Sarei risultato non soltanto impari, ma persino ridicolo. La poesia è un dono dispensato da Dio, e Maria Teresa alla fine può dichiararsi ben diversa da una statua viva dentro migliaia di sbarre: certo le è stato tolto, e anche parecchio, ma il risarcimento è stato generoso, alto, più vicino al cielo che a questa povera terra.

Giampaolo Rugarli.


M.TERESA SANTALUCIA SCIBONA “IL VIAGGIO VERTICALE “- EDIZIONE DI EMILIO COCO - RELAZIONE DI GIAMPAOLO RUGARLI – DALLA SALA COMUNALE DELLE LUPE DI SIENA – VENERDI’, 4 MAGGIO 2001




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