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Read UN'"AVVENTURA CRISTIANA"
bibliografia Serbo in cuore una immensa gratitudine per l'amabile
Filosofo, Prof. ALFREDO FRANCHI. L'Emerito Letterato ha voluto inserirmi nel suo prezioso volume; Ritornare alla gioia. Scritti di Filosofia Prose varie. Poesie di Contrada. Prefazione di Giovanni Malpelo. Edizioni Cantagalli marzo 2015. "UN’AVVENTURA CRISTIANA" - Non accipit nisi qui desiderat. " Codice interiore" di M.T. Santalucia Scibona (da pag. 281 a pag. 286)

UN’AVVENTURA CRISTIANA - Non accipit

Segue il breve sostanzioso saggio:

Alfredo FRANCHI. Ritornare alla gioia. Scritti di Filosofia Prose varie. Poesie di Contrada. Prefazione di Giovanni Malpelo. Edizioni Cantagalli marzo 2015. UN’AVVENTURA CRISTIANA- Non accipit nisi qui desiderat.
Codice interiore di M.T. Santalucia Scibona (da pag. 281 a pag. 286)

UN’AVVENTURA CRISTIANA - Non accipit nisi qui desiderat
Codice interiore di M.T.Santalucia Scibona, (tratto da Ritornare alla Gioia, di Alfredo Franchi, Cantagalli, 2015)

La poesia religiosa, sia nei modi della comunicazione edificante del messaggio di salvezza, sia nella forma di resoconto biografico dell’avventura religiosa individuale, rientra sicuramente tra le prestazioni a rischio più elevato cui lo scrittore va incontro. Nell’umano parlare intorno a Dio incombe ognora il rischio di riverberare nella realtà divina la precarietà della condizione umana e del linguaggio che ne conserva tutte le ambiguità e le dissonanze. Quando il resoconto si dilata poi alla narrazione di esperienze religiose personali, non è facile evitare scivolamenti agiografici o anche, variando il contenuto comunicativo, indulgere alla narrazione delle vicende più negative e fallimentari della propria esistenza che, in maniera alquanto meccanica, troverebbero poi nella scelta religiosa la causa e il rimedio salutare.
In epoca contemporanea, nell’eclissi generalizzata del sacro, la poesia d’intonazione religiosa trova tutta una serie di difficoltà aggiuntive sia a livello di elaborazione che di fruizione del testo, ove si tenga presente la rarefazione, sino alla scomparsa nella gran parte dei lettori odierni, delle parole, dei simboli, delle metafore attinenti all’immaginario religioso in genere e cristiano in particolare. Uno scrittore caro a M.T.Scibona notava che “L’arte del Novecento si è dimostrata effimera e per tre quarti negativa, facendoci vedere quello che siamo, noi invece vogliamo mostrare quello che dovremmo essere – mirando al recupero – della nostra nobiltà interiore”.
In effetti nella produzione artistica e letteraria del Novecento si coglie il prevalere di un istinto di morte che induce a risolvere l’uomo nelle sue manifestazioni più avvilenti e brutali. Si è generalizzato un clima di diffidenza e di sospetto in forza del quale sono sembrate via via più convincenti le procedure esplicative che riportavano al negativo tutto quello che, nella vita e nella storia, in prima istanza si connotava positivamente. Notava al riguardo Robert Musil: “Questa smania di rimpicciolire tutto, che domina un secolo aizzato e aizzante, non è quasi più la naturale divisione della vita in volgarità e nobiltà, ma piuttosto un autolesionismo dello spirito, un inqualificabile piacere di vedere il bene abbassarsi e lasciarsi distruggere con meravigliosa facilità”.
Tale atteggiamento era già ravvisabile nel secolo precedente stando alla penetrante analisi di Denis de Rougemont: “Il secolo XIX, nel complesso, tocca il massimo giubilo quando può ricondurre ciò che è superiore a ciò che è inferiore, lo spirituale al materiale, il significativo all’insignificante e questo lo chiama spiegare”.
Tra i fenomeni più inquietanti della modernità si nota il processo d’impoverimento e consunzione del significato della parola ogniqualvolta i poeti e gli scrittori diventano “venditori di parole vane” . Nella parola l’uomo rinviene la sua manifestazione caratterizzante, ove la parola sia morta sul piano del significato niente si dona e niente si riceve nella comunicazione linguistica, e non è forse questo che accade in certe manifestazioni eclatanti della modernità? In tale senso ove si pervenga alla estenuazione completa del linguaggio, l’ateismo riviene una sua clamorosa manifestazione e, in tale dinamica perversa, tutti possono essere coinvolti al di là di ogni rassicurante appartenenza istituzionale (anche certe formule devozionali con i relativi accompagnamenti musicali possono rientrare, al di là delle intenzioni, nell’alveo dell’insignificante e del brutto estetico. Illuminante in tal senso la poesia Aforismi di amore e di morte : “Quando forestiero entrai nella terra, Signore, il tuo nome imparai dalla bestemmia degli uomini: poi seppi che altro non era che un singhiozzo d’amore: ora nella mia sera è un invito a partire”. Paradossalmente anche una bestemmia può diventare preghiera e, naturalmente anche il contrario come afferma Divo Barsotti: “la bestemmia dell’uomo, il rifiuto dell’uomo di ogni concezione, di ogni vita religiosa, potrebbe essere non il rifiuto di Dio, ma di una nostra idolatria”. Antidoto vero alla morte della parola è la poesia che appare vero ed indispensabile “respiro dell’anima” capace di rendere amabile anche la realtà più triste come ben appare nella poesia Alla morte: Non hai mano né volto creatura di vento, prendimi come il fanciullo che scalzo si è addormentato nel fosso, e sente fuggirsi d’addosso il caldo del giorno, ma pensa sia l’acqua a portarlo in grembo al sereno. Tutte queste difficoltà senza mai compiutamente dissolversi e che, nel loro permanere, fanno dell’esperienza poetica religiosa una avventura affascinante ed un rischio senza fine, trovano nell’opera di M.T. Scibona caratterizzata da un profondo afflato mistico una via d’uscita se è pur vero, come è stato notato, che “la caratteristica che il mistico ed il poeta condividono è quella di poter miscelare, nella stessa coppa, visibile e invisibile, trascendenza e immanenza, teodicea e nichilismo” . Libero come il vento appare Francesco in una similitudine che rivela, per meccanismo proiettivo, l’anima della nostra poetessa che, senza mai pervenire ad una soluzione definitiva, mantenendosi in una condizione di precarietà e indigenza che la rende solidale alla più diffusa esperienza umana “negli incerti passi” di cui tutti hanno dolorosa esperienza, è ben consapevole delle difficoltà che si annidano in ogni ricerca tesa a svelare il senso della vita. Ed una volta che sia stato individuato quanto mai difficile appare la sua trascrizione esistenziale.
Irraggiungibile pare la meta
tant’è lontana ed aspra.
Pur non dispero
di arrivare un giorno
Contusa, affaticata,
ma non vinta.
Avrò mia ricompensa
sulla vetta e felice
sarò di aver sofferto.

Quando siamo immersi nel dolore ed affranti, allora:
come bestie ferite
non possiamo leccarci gli sbrani
che tritano le carni e inchiodano
il cuore, non basta un cielo azzurro
non basta il sole per vederci sorridere.
Ben comprensibile allora che la fede si qualifichi come “debole e dubbiosa” e necessiti sempre del “conforto dell’impervia speranza e la rosa vermiglia del perdono” .
Del resto come dimenticare che
Illune è la notte dell’anima.
Impervie rampe ascendono
al .
Sabbie infide favoriscono
miraggi. Smarrito ho il vincastro
nell’intricato labirinto delle selve.


Nell’aforisma di Don De Luca non ha il senso della vita chi non abbia il senso vero della morte si rinviene la premessa ad una significativa poesia in cui echi platonici e risonanze agostiniane offrono della personalità umana un resoconto articolato e convincente:
Il mio terreno limite fatto di muco, di lacrime di sangue. Atomo d’argilla ove s’innesta l’umano col divino. Inquieta l’anima, avida di pensiero muove l’indagine sugli effimeri giorni ipotecati dalla sorte, nella fatale attesa che l’involucro esterno si schiuda all’aspra terra e lo spirito alato spazi in liberi cieli” . L’anelito e il desiderio scandiscono la vita dell’uomo senza mai completamente sparire secondo modalità che fanno pensare ad un passo famoso della Imitazione di Cristo: “non si turbi né si sgomenti il tuo cuore… Spesso io ti sono più vicino, proprio quando tu credi di essere lontano da me, e, quando pensi che tutto sia andato perduto, spesso ti si presenta l’occasione di un maggior merito” . Alla luce delle indicazioni offerte sembra che il Codice interiore appaia quasi replica, in epoca moderna, dell’Itinerarium mentis in Deum di S.Bonaventura. Certamente le differenze sono tante e non trascurabili. In S.Bonaventura e nei medievali in genere la presenza del divino era qualcosa di trasparente e d’immediato nel creato al contrario di quanto si verifica nell’occidente moderno che nell’opacità del tutto rinviene l’esito cognitivo caratterizzante. M.T. Scibona è testimone ed interprete sottile del disagio esistenziale e dei turbamenti dell’uomo moderno coinvolto nell’esperienza religiosa, mai si pone con sussiego nell’atteggiamento di chi ha trovato la verità e la esibisce in maniera trionfale agli altri. Non si pone insomma come altera maestra di vita ma, piuttosto, come umile amica nel difficile cammino della esistenza. L’accusa rivolta ai cristiani di presentarsi come sicuri possessori della verità non la riguarda dal momento che l’atteggiamento che si ravvisa in lei come più congeniale è quello non del possesso ma del desiderio e della trepida attesa. Non diceva già Kierkegaard: “l’unico crimine irremissibile contro il Cristianesimo, un crimine di lesa maestà, è quando il singolo individuo ammette come dato senz’altro il suo rapporto col Cristianesimo”? L’incontro con gli uomini e la ricerca di Dio danno luogo a traiettorie misteriose e complementari. Il viaggio interiore appare come prolungamento del viaggio esteriore (noli foras ire), ed anche come sublimazione di tutta una serie di amicizie con persone reali (famose o meno) di cui rimane l’eco e la risonanza nella poesia. È sorprendente nel Codice interiore la presenza di riflessioni che replicano a distanza di secoli l’andamento di opere poetiche, filosofiche, teologiche famose. Nel caso si tratti di citazioni questo è motivo di ricchezza del teso che recupera e fa ancora vivere parole che sembravano morte: in ogni caso non si tratta di appropriazione indebita in quanto realizzata sempre all’interno di un vivo dialogo e di un continuo confronto. Nel caso si tratti di repliche e coincidenze effettuate in virtù della mera esperienza personale dell’autrice il risultato non è meno significativo in quanto viene ad attestare un a sorta di invarianza della natura umana capace di dar vita, a distanza di secoli, a dinamiche esistenziali affini.
Quando M.T.Scibona afferma che “Soltanto chi soffre possiede la chiave d’oro della conoscenza” , si raccorda ad un motivo fondamentale della tragedia greca e del pensiero filosofico e cioè dell’apprendimento attraverso il dolore come diceva Plotino dell’anima che “arricchita dall’esperienza storica di quanto vide e sofferse quaggiù… nel confronto dei contrari ha conosciuto con molta chiarezza ciò che in più alto grado è bene, difatti più limpida conoscenza del bene è proprio l’esperienza del male”. Il dolore funge anche da filtro selettivo nelle letture e negli incontri: chi ha molto sofferto diventa inevitabilmente esigente, non può soffermarsi su ciò che banale ed insignificante. Il codice interiore nella sua fase iniziale mette a nudo la sofferenza dell’uomo e nella sua emozionante conclusione parla della passione di Cristo (unica risposta convincente al problema del dolore e della sofferenza). L’indifferenza degli uomini verso il dolore di Cristo diviene metafora e replica dell’indifferenza degli uomini verso il dolore degli uomini. La poesia di M.T.Scibona appare invito pressante a non perdere di vista l’istanza fondamentale del cristianesimo messa in luce da una straordinaria poesia di Margherita Guidacci che ci sembra cogliere e sintetizzare bene il significato profondo del Codice interiore, dell’avventura cristiana.
La poesia dal titolo La carità soltanto, venne scritta e dedicata al poeta Carlo Betocchi, disperato ed in crisi profonda di fede per la malattia gravissima che aveva colpito la moglie e che, purtuttavia, continuando ad amare la moglie aveva mantenuto il nucleo essenziale della religiosità:
Hai perduto la fede e la speranza.
Proprio ora, nel tratto più difficile
e minaccioso, quando tutte le vie
s’aggomitolano in labirinti
e sempre più imperfetta è la conoscenza,
sempre più lacunosa la profezia,
sempre più nera la nube dell’enigma,
proprio ora hai perduto quelle fide compagne!
Ma la terza sorella, la più grande,
non t’abbandona, anzi ti stringe a sé
più fortemente. Arde di carità
il tuo cuore e nel vincolo di fuoco
adombrando la rosa, trasfigura in giardini
tutta la sua intricata solitudine.
Quasi tu avessi già passato il varco
oltre il quale, comunque, non possono seguirci
fede e speranza, non più necessarie,
la carità soltanto ti possiede,
per te da sola accende la visione.

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Alfredo FRANCHI. Ritornare alla gioia. Scritti di Filosofia Prose varie. Poesie di Contrada. Prefazione di Giovanni Malpelo. Edizioni Cantagalli, marzo 2015. UN’AVVENTURA CRISTIANA- Non accipit nisi qui desiderat. " Codice interiore" di M.T. Santalucia Scibona (da pag. 281 a pag. 286)

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