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Read " L'AMORE IMPERFETTO"
testimonianze_critiche.png Con vera gratitudine e stima trascrivo la brillante, accurata recensione sul mio libro poetico:
" L'AMORE IMPERFETTO", a cura del PROF .NEURO BONIFAZI. Helicon Ed. Gennaio 2003 pag.60- Eu.10.

Elaborata dal valente critico, e noto scrittore
PROF. VITTORIANO ESPOSITO, e tratto da "Pomezia -Notizie,Dicembre 2004,pag. 10

“L’AMORE IMPERFETTO” DI MARIA TERESA SANTALUCIA SCIBONA

Di Vittoriano Esposito tratto da “Pomezia – Notizie”, Dicembre 2004, pag.10

Nella pregiata collana di poesia “I quaderni dell’Airone” delle Edizioni Helicon, in Arezzo, è uscita una raccolta della senese Maria Teresa Santalucia Scibona, che l’attento curatore Neuro Bonifazi non esita a definire “un piccolo capolavoro”. Già autrice ben nota e attrezzata di altre sillogi poetiche (Il mio terreno limite, I giorni del desiderio, Il tempo sospeso, Varianti d’amore, il viaggio verticale, Le temps suspendu et la vie assise) con cui ha avuto molti premi e riconoscimenti, può anche vantare il privilegio di veder trasposta sulla scena teatrale un suo testo (Mosé, recitato dagli autori Paola Lombardi, Guido Bocci, Erminio Jacona) e addirittura “musicata” una sua lauda religiosa (Accanto a te,Signore), ad opera del Maestro Gian Paolo Luppi.
Il carattere monotematico dell’ultima raccolta, dichiarato vagamente nel titolo, non impedisce alla poetessa di spaziare liberamente nei meandri del profondo. Tratteggiando il destino di una “donna amante non sempre bene amata”, come dice Bonifazi, conosce i gradi emotivi d’un rapporto difficile: “Menzogna e simulazione, sorda ribellione, e infine liberazione”. In fondo, è il destino di molte donne, vissuto spesso in sofferenza segreta. La nostra poetessa ha soprattutto il merito di averne tratto le giuste motivazioni per un canto non disperato, ma neppure distaccato ed indifferente.
Comprensibile che, alla fine di una storia d’amore, tutto il mondo le crolli addosso e diventi vittima del rimpianto di godute dolcezze, rimpianto che fluisce “sulle nudi pareti dell’esistenza”, le quali da rosa si mutano “in un opaco blu”. Un tempo, amata, si sentiva una “puledra” libera come un “soffio di vento”; era anche intrisa di pazienza” e perfino disposta “a servile dipendenza”. Ma, sconvolta via via dal disinteresse e dall’apatia altrui, finisce per galleggiare impaziente nell’asprezza di un “amor coatto”, lasciandosi cesellare l’animo “al bulino del dolore”.
Si sa che, in generale, per il cosiddetto quieto vivere, la donna ha sempre subito le stesse imposizioni dell’uomo, mediando magari “benefiche evasioni”: le “coniugali disarmonie” rientravano nella norma di abitudini ancestrali. Era ora, dunque, che ci si ribellasse alla condizione di una vera e propria schiavitù, che si rompesse la “struttura ossificata/dove ancorare i sogni”, per poter esigere “risarcimenti affettivi” e non sentirsi più nell’abbandono, una povera “poltiglia macerata”.
Un tempo, era utile in apparenza, ma dannoso nella sostanza, che la donna accettasse passivamente la sorte di sconfitta: “Eva sfinita dal pianto/sospira invano/comunione d’intenti./…La sua è una ragnatela/di battaglie perdute”. Ma, nella forzata rassegnazione, covava uno spirito di rivolta, per liberarsi dal “cilicio/di ripetute umiliazioni”.
Prima o poi, nei casi più difficili, è bene che accada l’irreparabile, con la rottura del rapporto. È una sconfitta dell’amore, senza dubbio, ma una vittoria della propria dignità di persona. La poetessa ne è pienamente consapevole, come dice in questi versi: “Non sono più succube/dell’astuto predone/dai magici amuleti,/che si era impadronito delle zone/selvagge della mia gioventù”. Ed ha ben ragione di continuare, con altrettanta fermezza: “Lo stagno nero della consuetudine/ha attossicato il miele della vita./Pollice verso alla felicità,/sospesa è la partita./Sotto l’incauta brace/tace la voce ostile/della ferita rondine.”
Non valeva davvero la pena di prestarsi all’ingannevole gioco “dei ricatti affettivi”, simulando “un gaio sorriso” tra “sguardi neri di sdegno”. Educata da sempre “alla menzogna”, la donna doveva riprendere coscienza di sé, finirla con “la muta devozione” verso l’uomo padrone, smetterla con l’accettazione ingenua “di perdono e grazia”.

Riassunto il ruolo di padrona di se stessa, può finalmente gridare la propria libertà: “La commedia è finita./Ora si sente libera di solcare altri lidi,/d’inventarsi una vita./Ora più non
dispera/per l’amore svanito/nella tardiva sera”.
Che Maria Teresa Santalucia Scibona abbia avuto la forza di raccontare in versi la storia di un “amore imperfetto”, è stato indubbiamente un atto coraggioso, degnissimo di lode, che la fa inscrivere nella più accreditata letteratura “femminista” del nostro tempo, ma non del femminismo velleitario e deteriore di prima maniera, sì piuttosto di quello rivolto seriamente a perseguire il riscatto della donna, nel segno di una effettiva parità di diritti e doveri con l’uomo. Che l’abbia raccontata, poi, con accenti poetici di una estrema nudità, cioè senza sbocchi patetici e senza sconfinamenti nella tradizione petrarcheggiante da noi sempre di moda, è titolo di maggior merito, che le fa altamente onore.
Vittoriano Esposito

MARIA TERESA SANTALUCIA SCIBONA
L’amore imperfetto – Gennaio 2003 Ed. Helicon – Pagg. 60, € 10


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