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Read MOSE'
testimonianze_critiche.png Costante è il ricordo del carissimo amico Prof. ANGELO LIPPO, noto autorevole letterato, eminente poliedrica personalità di Taranto. Oltre alle reciproche collaborazioni culturali realizzate negli anni, a Lui devo infinita gratitudine per la pregevole prefazione del mio poemetto in versi: “ MOSE’, “ MAGGIO 1996, Edizioni Dell’Oleandro,Roma. Grazie, dolce Prof. Angelo Lippo, mio esimio recensore del
Mosè, la tua umile compagna di penna,
Maria Teresa Santalucia Scibona

ANGELO LIPPO PREFAZIONE AL MOSE’. MAGGIO 1996. POEMETTO IN VERSI DI M. TERESA SANTALUCIA SCIBONA EDIZIONI DELL’OLEANDRO. ROMA.

Il clima culturale-poetico nel quale siamo costretti a muoverci concede poco spazio alla riflessione, alla pausa; il movimento circolare è talmente veloce che non sai mai se è il tempo giusto per potersi inserire nel dibattito o sei già al palo.
Le avances sono tante e alla fine stenti a riconoscere la Parola che più ti si addice, che più si accosta al tuo pulsare, e allora la conclusione è quella di muoversi "altrove", perfino nel superfluo che il quotidiano non manca di intrecciare.
Il disagio aumenta ancor più se vieni pressato dalla "militanza", per cui organizzare un discorso diviene sempre più improbabile, con il rischio di chiudersi a metà strada fra noncuranza ed assenza.
Per fortuna, però, ci sono testi ancora vitali che ti impongono, quasi, di fermarti, per raggiungere un compromesso fra lo scatto del giorno e la misura del tempo infinito, quello che poi alimenta in massima parte
la creazione poetica.
Tutto questo ci ha indotto a pensare il poemetto Mosè di Maria Teresa Santalucia Scibona, che è riuscita a responsabilizzarci davanti ad un testo fortemente ricco di riferimenti biblici e storici, ai quali la vicenda attinge e alla quale si ispira, sia pure diversificando la narrazione al suo interno - com'era lecito aspettarsi - servendosi di alte e vibranti simbologie.
Una prima annotazione da farsi - almeno a livello personale - è quella riguardante il procedimento linguistico-verbale utilizzato dalla Santalucia Scibona, in quanto eravamo abituati a movenze stilistiche totalmente diverse da quelle contenute nella presente raccolta. Vogliamo dire che la poetessa ha messo da parte - almeno per il momento - la sua particolare struttura ritmica, sviluppata lungo un registro fervidamente intessuto di equilibri spaziali.
Il poemetto Mosè, al contrario, si definisce e si concretizza lungo un asse portante, che è quello di un ritorno alla "misura classica", cioè all'utilizzo della quartina, a tratti a rima baciata, ma non necessariamente, perché il racconto scivola più attento a ciò che dice.
C'è nella poetessa la preoccupazione di misurarsi sulla Storia , sulla ciclicità dell'Evento così grondante di palesi riferimenti, pur senza perdere mai di vista lo sviluppo armonico della compattezza poetica . così è possibile registrare, e sono gli attimi in cui la poesia si libera dal "pretesto" per farsi "testo", cioè vibratile essenza in quella ricerca che si sposa intimamente alle ragioni della storia e della felicità lirica.
L'impeto scardina allora una evidente antipoeticità linguistica, cui la poetessa fa ricorso utilizzando vocaboli inusuali ed inespressivi, ma pur necessariamente legati allo sviluppo narrante degli episodi. Del resto un simile rischio era quasi inevitabile, organico diremmo, ma la Santalucia Scibona fa ricorso a tutta la sua esperienza per trasferire in dettato poetico quella che è la vicenda storica, scandendola in due parti e celebrandone i fasti mediante un linguaggio altamente espressivo e catturante.
Difficile indicare i passaggi che si snodano dall'iniziale Esodo alla conclusiva Morte, dove pure emerge una certa elegia che s'intrufola e così narra: "Di sera procedevano spediti, / i talloni non furono piagati / le tuniche non si logoravano / con meraviglie vennero salvati. / Nei tratturi dardeggianti dall'Austro / abbrutiti da gravosi fardelli / cercavano gli erranti una radura. / Si distesero a terra sui mantelli, / sognavano la rorida frescura / e il miraggio di placidi ruscelli. / Fra il concerto festoso delle stelle / nelle dune slittavano i cammelli, / ornati al collo di barde e lunette / appesantiti da faretre e dardi, / simulate con frondose ramaglie / per i giorni di lotte e battaglie".
E' la parte finale della Celebrazione della Pasqua, dove è possibile intuire lo sforzo della poetessa di cogliere pudicamente il mistero dell'Avvento e di manifestarlo con accenti di purezza. E questo poemetto della Santalucia Scibona è da ascrivere anch'esso nel novero di quei segnali di un grande ritorno ai temi religiosi che stanno invadendo il mercato editoriale, fino a farne un vero e proprio caso?
Certo la poesia la fa ancora una volta da cenerentola nella miriade di titoli di saggistica e di storie romanzate . Si va dalle "canoniche" Confessioni di Sant'Agostino, alla biografia di Suor Emanuelle, L'Eresia, Alla ricerca del Santo Graal, per finire a Credere di Credere del filosofo Gianni Vattimo, insomma un proliferare di titoli che ripropongono "la necessità del sacro, gli interrogativi sulla vita dopo la morte, l'utilità della preghiera " (Nina Grassi in L'altra metà è cielo su Carnet, Aprile 1996).
Questo Mosè di Santalucia Scibona è una pura coincidenza oppure è l'atro versante che si desta ? D'altronde, la poesia ha sempre corteggiato il "sacro", spesso ha convissuto e vissuto i suoi drammi e le sue passioni, ed è forse la "scrittura" che più a lungo vi si è confrontata nei secoli. E, probabilmente, la poetessa nel momento in cui ha messo le mani al suo Mosè, non si sarà taciuta o nascosta una simile eventualità. Comunque sia, questo Mosè di Santalucia Scibona apre nuovi tracciati alla discussione e, soprattutto, invita alla riflessione su antichi e mai scaduti valori, dei quali la società contemporanea avverte in misura forte la riproposta per non precipitare ancor più nel baratro delle illusioni, delle mistificazioni che chiudono le porte all'Eterno in senso diacronico. In direzione della conquista del "sacro" e della sacralità del divenire , senza del quale l'uomo è una mina vagante pronta ad esplodere negli oceani del vuoto. E se un poemetto, come il Mosè, di Santalucia Scibona può significare l'inizio di qualcosa di meno caduco di quello che oggi viviamo, non ci resta che far altro che salutarlo con gioia, certi che questa energia positiva, domani, potrà allargarsi a tutti quelli che si accosteranno alla sua lettura.
ANGELO LIPPO



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