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Read " CODICE INTERIORE"
eventi_letterari.pngSabato 15 Dicembre 2012. Sala della Misericordia di Poggibonsi (SI).

Relazione della Prof.ssa Claudia CORTI. Presidente della Pro Loco.Poggibonsi, sul volume Poetico. "Codice Interiore" 2012, di Maria Teresa SANTALUCIA SCIBONA. Cantagalli Editore.Siena

Relazione della Prof.ssa Claudia Corti, Presidente Pro Loco Poggibonsi sul volume poetico “Codice Interiore 2012" Cantagalli Editore di M. Teresa Santalucia Scibona. Sala della Misericordia di Poggibonsi, Sabato 15 dicembre 2012

Per Maria Teresa

La recente fatica letteraria di Maria Teresa Scibona, dal titolo “Codice interiore”, edita per i tipi di Cantagalli di Siena, si presenta immediatamente come una “raccolta di testi religiosi vecchi e nuovi”: così recita con limpida semplicità la cartolina che accompagna il volume e che ne riproduce l'immagine di copertina.
Questa definizione, di cui mi approprio, la apparenta subito, o meglio la colloca in una tradizione poetica illustre ed altissima nei suoi valori e nei suoi esiti: basti pensare ad autori come Mario Luzi o Davide Maria Turoldo o Margherita Guidacci, per citare giusto i primi nomi che vengono alla mente, dimenticandone peraltro infiniti altri, insomma alcune delle figure poetiche di spicco del secondo Novecento; ma a me fa piacere ricordare anche quella splendida antologia einaudiana di qualche anno fa, dedicata appunto alla “poesia di Dio”.
Per me, tuttavia, “Codice interiore” è questo ed altro ancora. Ciò che mi ha subito colpito di questo volume è la suggestione esercitata dal termine 'codice', capace di evocare la laboriosa, paziente attività degli scriptoria medievali e, insieme, la certosina alacrità nel 'trascrivere' testi e parole, tessiture di parole, per dare loro un senso e una durata, un senso capace di allungarsi nel tempo.
Accanto a 'codice', sempre nel titolo, viene l'aggiustamento di rotta: il codice di cui si parla è quello 'interiore', che viene dal di dentro. Così il titolo del volume ci suggerisce un percorso, un itinerario che affonda e scaturisce insieme dall'interiorità, secondo quello che è il tratto essenziale che connota la ricerca poetica di Maria Teresa. Insomma, Maria Teresa amanuense o scriba di se stessa e della propria anima.
Si potrebbe anche aggiungere che ogni suo volume, a partire da quelli più lontani, che non sto nemmeno a menzionare, tanti sono, ci restituisce un pezzetto di un percorso interiore, un frammento, un lacerto od anche una pagina di quel codice che citavamo all'inizio.

La poesia dunque è, per Maria Teresa, sempre strettamente connessa con l'interiorità, con l'abisso o con le pieghe (o le piaghe) recondite dell'anima e, aggiungerei, del corpo. Un corpo fragile, condannato a muoversi tra mille difficoltà nella vita di ogni giorno, eppure incredibilmente tenace, capace di sprigionare una forza inaspettata.
Come già notava il prof. Fo nella sua prefazione, sembra che Maria Teresa si abbandoni ad un 'dittatore' che guida la sua mano, e le impone temi e parole, ad una forza sublime e potente come un vento che, segretamente, la agisce, la agita e la scuote.
Un soffio che 'spira' e 'ditta dentro', per l'appunto.
Il 'dittatore' di questa raccolta poetica, ovviamente, è l'amore per Dio, la fede, che addolcisce e mitiga, senza peraltro annullarlo, il dolore dell'esistenza, le difficoltà di ogni giorno. La fede e la speranza di un Altrove che ridia un senso al nostro doloroso vivere. A questo proposito, mi vengono in mente certi passi manzoniani dalla Pentecoste, che Maria Teresa ben conosce e di sicuro ama. Ma è una citazione persino banale ed ovvia.

Anche in questa riflessione religiosa, sulla fede, c'è, sotterraneo, un sapore antico: mi riferisco alla figura di Francesco d'Assisi in primis e, da qui, da questo inizio, a esperienze e figure a quello omologhe, come madre Teresa di Calcutta, il beato Pedro de Bethancourt o lo stesso Giovanni Paolo II.
Tutte figure che hanno portato impresso su di sé il segno di una fede incrollabile, la forza di verità che la fede concede; figure inoltre contrassegnate dalla volontà di realizzare su di sé una totale, integrale imitatio Christi.
Io credo che Francesco sia particolarmente amato da Maria Teresa; lo farebbe supporre la quantità di testi a lui ispirati, che non mi pare casuale. E' amato per la sua ricerca, per il suo essere un 'folle (o un giullare) di Dio', per il suo esempio altissimo di amore e insieme follia, nel suo anteporre l'amore verso gli altri, gli ultimi di questa terra, alla corsa al denaro, ai 'subiti guadagni' della mentalità capitalistica; è amato ancora, credo, per la sua letizia, per la gioia armoniosa e contagiosa che emana da lui, dalle sue parole, dai suoi gesti.
E lo stesso può dirsi per madre Teresa di Calcutta, la versione odierna e autentica del francescanesimo.
Follia ed amore sono dunque un binomio inscindibile, che scardina modelli consolidati e ne propone altri, secondo altre logiche e modalità.
La follia, per Francesco, è rottura di schemi e insieme attraversamento, attraverso l'amore, del dolore dell'esistenza, quello che si incarna nel corpo e nella malattia; per Maria Teresa, la poesia è attraversamento della condizione di sofferenza, della propria e di quella altrui, con la speranza che, attraverso la fede e il canto, attraverso un canto di fede, si possa, malgrado tutto, trovare una risposta di conforto e un sollievo.
Penso alle “fervide cattedrali di speranze / cementate di lacrime” che si innalzano nella quieta vallata attorno a Lourdes, nella “tenera sera”; e penso anche alla chiusura del medesimo testo di pag.28, dove Maria Teresa scrive: “ Alla mesta visione / dei più funesti mali, / ognuno grato nel cuore / riprese sollevato la sua croce / con rinnovata fede”.
Nell'aggettivazione di questo come di altri testi, si nota proprio il tentativo di ricercare, nonostante tutto, nonostante cioè la croce della malattia e dei suoi condizionamenti, una gioiosa e serena adesione alla bellezza e alla vita. Proprio come Francesco ci ha insegnato.
Vorrei però soffermarmi su un testo in particolare, “E sarà luce”, a pag. 14. Qui Maria Teresa scruta implacabilmente la propria condizione, il peso terribile della “natura” sul corpo, quando scrive “irte le prode del viaggio” oppure degli “incerti passi”, tentati quasi a casaccio, in un sentiero, la vita, che può essere immensamente difficile.
E' un testo straordinariamente duro, vorrei dire insolito per la forza espressionistica del linguaggio e per la tematica di fondo: Maria Teresa non addolcisce o mitiga alcunchè, ma squaderna il dolore, la piaga che si annida nel corpo e “trita la carne”; ci mette dinanzi anche un'umana incertezza o un dubbio (“Non sempre comprendiamo...” ed ancora più esplicitamente “non basta un cielo azzurro / non basta il sole a vederci sorridere”).
Solo la “speranza di vederti”, quella fede dal sapore antico permette di “alleviare bruciore alle cadute”; permette di riguardare con occhi nuovi il mondo e l'esistenza, la natura e il viaggio umano.
La forza interiore che ispira il libretto sta esattamente qui, nella “speranza di vederti”; la speranza cioè che anima una “futile monade” sospesa nello spazio, come Maria Teresa si definisce in un altro testo.

Le ultime osservazioni di questo mio confuso zigzagare tra i testi di Maria Teresa riguardano “Ruah” (pag.45), un testo chiave a mio avviso, dove la poetessa, ricorrendo ad un linguaggio impregnato di metafore bibliche, ci consegna la sua esperienza di fede e di dolore insieme, di dubbi e di attesa, di umiltà e desiderio.
Il vento, il soffio dello Spirito rimandano inequivocabilmente ad una dimensione profetica, ad una voce che si fa sentire dentro e ci agisce, che talvolta può tacere e lasciarci muti e vuoti, ma altre volte confortarci e restituirci “la gioia di essere salvata”. Come non pensare che anche la poesia è un soffio od una voce che misteriosamente si fa sentire, 'spira' e 'ditta dentro'?

Sarà un caso, ma quando ho letto il volume di Maria Teresa, avevo tra le mani una biografia di Ildegarda di Bingen, la Profetessa o la Sibilla renana, come veniva solitamente chiamata dai suoi contemporanei. Mi ha colpito, naturalmente e spontaneamente colpito, la possibilità di accostare queste due voci, cristalline, purissime e insieme aspre, capaci di elevarsi al di sopra dei brusii quotidiani e di parlare a potenti ed umili; mi ha colpito la loro, pur diversa 'follia', l'attaccamento esclusivo ad un 'compito' suggerito da un soffio interiore, mi ha colpito il loro essere e sentirsi come vasi di terracotta, che accolgono la Parola (di Dio, della fede, della poesia), ancora una volta un soffio vitale che spira e ditta, e ce la restituiscono in tutte le sue vertiginose altezze.
Certo, si tratta di due donne lontane nel tempo e nelle esperienze culturali, eppure unite e avvicinate dall'esperienza della fede, certo incrollabile e monolitica nella sua durezza quella di Ildegarda, più inquieta e tormentata, vorrei dire più novecentesca, quella di Maria Teresa. Mi piace pensare che sono due piccole-grandi donne che, nella loro fragilità, sentita e sperimentata con asprezza giorno dopo giorno, trasferiscono la Parola in parola, nel linguaggio e nell'esperienza del mondo degli uomini, che affrontano inflessibili i morsi del dolore, ma che, nonostante tutto, riescono a guardare il mondo con la luce della speranza e con una forza straordinariamente potente.

Sala Misericordia Poggibonsi (SI), Sabato 15 dicembre 2012.

Claudia Corti




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