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Read Relazione di "CODICE INTERIORE"
eventi_letterari.pngTrascrivo con vero piacere la dotta relazione del Prof.Alessandro Fo -Docente di Lingua e Letteratura Latina all' Università di Siena sul volume poetico di,M.Teresa Santalucia Scibona "Codice Interiore". Cantagalli Editore 2012, tenuta nella Sala Capitolare del Chiostro di San Domenico a Siena, Venerdì 19 ottobre 2012.
Ringrazio nuovamente il caro amico Alessandro per
il Suo prezioso, bellissimo intervento,
.

Segue la relazione

Presentazione del volume di versi di Maria Teresa Scibona Codice interiore, Siena, Chiostro di San Domenico, venerdì 19 ottobre 2012, ore 17.30.,


Buona sera a tutti, un ringraziamento particolare ai frati domenicani che ci ospitano e in special modo a Padre Alfredo. Mi aggancio subito alla conclusione di Vinicio Serino, perché ha chiuso interpretando la parola «codice», naturalmente polisemica, e intenzionalmente, credo, polisemica nel disegno di Maria Teresa Santalucia Scibona.
Da antropologo, Vinicio l’ha soprattutto valorizzata nella direzione di una cifratura di cui bisogna penetrare la chiave e poi appunto decifrare il mistero. Naturalmente un filologo classico − come io per professione cerco di essere − lo interpreta subito in un’altra direzione, cioè vede di fronte a sé l’immagine di un libro medievale, quei libri medievali che noi chiamiamo «codici», così come del resto ha fatto anche Paola Imposimato nella bella copertina di questo libro. Un codice che è, diciamo così, una consegna letteraria di tutto un sistema di pensieri, di ragionamenti. Diceva Padre Alfredo che il codice per eccellenza di chi, come noi, bazzica un po’ le antichità, è naturalmente il codice biblico, anch’esso sotteso a questo titolo così complesso. Tutt’al più un letterato può vederci il «codice» di cui amministrano le regole gli studiosi di storia letteraria più à la page; il codice epico, il codice lirico, i codici insomma di alcuni sistemi letterari ‘chiusi’.
Qui però c’è un aggettivo che determina ulteriormente questa parola, e che richiede un’accentazione; il codice è cioè «interiore». Subito ci si chiede come sarà fatto un codice interiore. L’immagine continua a moltiplicarsi nella rosa di pergamene di un libro, che declinano tutta una complessa interiorità che si manifesta, appunto, liricamente. Ma nel caso di Maria Teresa è chiaro che questa sottolineatura della interiorità in qualche modo richiama anche una lotta che è sotto gli occhi di tutti, nel caso suo personale e nella memoria di chiunque la conosca: la lotta fra l’anima e il corpo, fra il corpo che vuole quasi stritolare l’interiorità, e l’interiorità che riesce a resistere e a ribellarsi, a superarlo, a trascenderlo.
Scrivendo la piccola paginetta che mi è stata affidata dall’amicizia di Maria Teresa per introdurre il libro, ho subito pensato a una parola coniata da Angelo Maria Ripellino, un grande slavista e poeta che è stato anche un grande ammalato. Nel ’65 fu improvvisamente ricoverato in un sanatorio di Dobřίš, in Cecoslovacchia, e vi dovette restare svariati mesi rischiando la vita. Durante questi mesi, diciamo, di reclusione nel sanatorio scrisse una bella raccolta di poesie che si chiama La Fortezza d’Alvernia, nella quale inventò una stirpe, un popolo immaginario che nemmeno esiste, che è il popolo di coloro che battuti da raffiche nella loro salute cercano disperatamente di sopravvivere nonostante tutto. Per questo battezzò questo popolo «i Nonostante»: coloro che nonostante tutto cercano di sopravvivere, di avanzare nell’esistenza.
Tuttavia le poesie, peraltro bellissime, della Fortezza d’Alvernia, sono di tono molto diverso da quelle di questo codice di un altro «Nonostante» che è appunto Maria Teresa Scibona: perché sono sconsolate, prive di un orizzonte di soluzione, totalmente affidate alla casualità dei giorni e alla speranza di riuscire in qualche modo a varcare la palude delle difficoltà.
Naturalmente la presenza dell’imperversare dei mali figura chiaramente anche tra le pergamene di questo codice che abbiamo sotto gli occhi, ma quello che qui colpisce è la grande vitalità con cui la Scibona risponde a queste difficoltà – l’energia di spirito creativa − una volontà di possedere il mondo secondo le norme di un codice suo, più umano, un codice che proponga il rispetto di tutto e di tutti, della natura e degli uomini, e che possa anche in qualche maniera sottrarsi alla necessità della sofferenza.
Un codice, come ha detto Padre Alfredo, «si sfoglia», si sfoglia con grande amore perché è esso stesso nella sua corposità di oggetto materiale un monito e un invito alla riflessione. E allora vorrei sfogliarlo con voi questo codice, prendendo qualche rapido spunto direttamente dalle sue poesie. La prima poesia, quella che segna l’incipit del codice, è stata più volte citata sia da Padre Alfredo che da Vinicio per questa strofa così dolente e significativa:

"Contusa, affaticata,
ma non vinta.
Avrò mia ricompensa
sulla vetta e felice
sarò di aver sofferto."

Gli ultimi tre versi segnano il riscatto, anche teologico, perché la speranza in una meta trascendente costituisce uno dei principali motori di questa poesia. Ma la nostra natura umana soprattutto si sofferma su questa forte affermazione: «Contusa, affaticata,/ ma non vinta» che richiama molte altre voci del passato, su cui adesso per brevità sorvolo.
E così pure E sarà luce, che è stata letta da Paola con la sua solita melodiosa capacità evocatrice, è una poesia di cui Vinicio ha sottolineato soprattutto il verso «snebbia la strada del ritorno».
Io vorrei invece portare l’accento su quell’altra elaborazione di un modello, peraltro abbastanza noto:
Così contiamo i giorni
del nostro scontento.
Dietro c’è naturalmente la battuta del Riccardo III di Shakespeare: «L’inverno del nostro scontento» di un bellissimo monologo. Eppure c’è una sottile differenza perché il monologo dice, nel suo stile metaforico e immaginifico così caratteristico:
«Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York, e tutte le nuvole che incombevano minacciose sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo dell’oceano».
Qui però non è inverno solo quello che precede il sole di York; lo sono tutti giorni, tutti i sacrosanti giorni «del nostro scontento». Perché onestamente, serenamente, Maria Teresa registra l’impossibilità – o per lo meno l’altezza – della sfida a essere contenti in una situazione così, diciamo, di difficoltà. E, ciononostante, subito dopo questo «contiamo i giorni/ del nostro scontento» c’è un «ma»:

Ma Tu che ci hai promesso canestri
ricolmi di gioia dirada
gli agri mattini d’inverno,
snebbia la strada del ritorno.
Malgrado l’albagia di labili
preghiere crediamo in Te.

Quindi rasserenazione ferma, convinta – dal profondo del dolore – dell’esistenza di un orizzonte che possa, come si vedeva, riscattarlo.
Fanno parte integrante di un «codice» anche le sue miniature. Metaforicamente parlando, qui sono rappresentate dalle improvvise accensioni descrittive. Nella Nostalgia di Padre Pio, a pagina 22, subito ce n’è una iniziale che sembra davvero l’immagine a capo della pergamena:

"Sul Gargano ventoso
l’alba rosata disperde l’ombre".

E altre poi ne troveremo. Una per esempio in Il desiderio di Caterina a pagina 26:

"Serti di rondini lambivano
il cielo, una coperta di rorida
brina ammantava le verdi
colline senesi..."

Veramente incontriamo qui le immagini che si fanno materiale verbale, che si fanno poesia, e che occupano nel codice di Maria Teresa quello spazio che viene richiesto anche dagli occhi fantasia per arricchire la meditazione con l’appoggio dell’elemento visivo.
Sulla poesia Lourdes è già stato detto qualche cosa. Anch’essa è stata già letta; e anche in questo caso, se vogliamo, protagonista naturalmente è la meditazione. È la meditazione pienamente coerente con la teologia di Lourdes. Tuttavia anche in questa circostanza c’è, contestualmente, il passo del poeta che ferma con le immagini il segreto delle cose:

"Nella quieta vallata
folta d’erbosi prati,
solcati dall’onde placide del Gave;
validi barellieri allinearono
davanti a Massabielle
l’inerme milizia del dolore"...

Nelle pagine introduttive mi sono permesso di sottolineare questa «milizia del dolore» e di parlare del fatto che il nostro codice è anche ̶ da questo punto di vista ̶ il codice militare di questa particolare milizia. Non si tratta solamente di una belluria letteraria, di un ricamo per ornare la prefazione. In realtà questa «inerme milizia del dolore» è un passo profondo del libro di Maria Teresa, perché la gloria che inerisce alle battaglie, alle vittorie, che cosa è a petto della gloria di chi riesce nelle condizioni in cui i pellegrini di Lourdes si presentano − inermi di fronte alla grotta ‒ a farsi una ragione della condizione in cui vivono, a ricevere la famosa grazia di Lourdes che consiste nella sopportazione, nella accettazione della propria situazione?
Il resto della poesia lo dice benissimo.
Eppure non c’è mai albagia, non c’è mai superbia, nemmeno quando la lotta si fa intensa e quindi il passo della persona che parla si fa anche ‘umilmente eroico’ – vorrei usare questa espressione un po’ ossimorica, un po’ contraddittoria. La poesia successiva inizia proprio proclamando «Sono una futile monade». Ecco dunque anche una consapevolezza della propria limitatezza, che poi ritorna anche in altri versi che ho scelto di isolare:

E tutto il tempo che rimane
è un destino di dolore
con breve anticipo di quiete.

Nonostante questo, c’è la risposta della scrittura, la risposta della vita, e soprattutto dell’amore per la vita, della fiducia per i giorni di speranza.
La poesia Quinta dimensione mi piace ricordarla, a pagina 30, perché, rivolta a una persona evidentemente passata di là della soglia della vita, l’amata Carlina, finisce così:

"Immune da struggente nostalgia
ricorderai i tuoi cari.
Perché solo i pensieri
non sono mai perduti

Ecco, l’attività che più qualifica l’anima umana, sia essa dotata di una spinta mistica, si essa di un’anima laica: il pensiero non mai futile (pur germogliando in una delle tante «futili monadi» che siamo), che non andrà mai perduto.
Volo a pagina 42, dove riprendo il tema della fragilità dello scriba che ha vergato questo codice. Proprio sotto l’epigrafe – «Non ha il senso vero della vita chi non abbia il senso vero della morte» – Maria Teresa scrive:

"Il mio terreno limite
fatto di muco,
di lacrime di sangue.
Atomo d’argilla ove s’innesta
l’umano col divino.

«Futile monade» ma permeata in un soffio di divino che siamo chiamati, secondo la poetica di questo libro, a riconquistare e valorizzare nonostante la situazione.
Vorrei di nuovo toccare una miniatura proprio perché ‘ci ospita’, perché la stiamo abitando; si tratta dell’incipit della poesia San Domenico:

"San Domenico
baluardo celeste,
arca di santi e cherubini.
[…]
Ti osservo nella breve sera
inghirlandato di voli.
Come allora,
tanta mia vita ti appartiene...

La poesia Colpevoli ammissioni ci riporta a quel passo di understatement che prima ricordavo, a quella costante umiltà che si traduce in una specie di spirito di confessio nel senso agostiniano (e non è del tutto casuale che ci sia un’epigrafe di Sant’Agostino proprio all’inizio del libro). Si tratta veramente di una confessione sulla pagina:

"Come riparare gli errori
di una vita intera,
prima che la morte irrompa,
lugubre e furtiva,
a pareggiare il conto?
Nella scarna valigia,
sta raggrumata la fanghiglia.
Il bene mai compiuto,
l’orgoglio vano, insipiente
l’incombente rancore, mai sopito.
Il dolore di non aver amato quanto avrei dovuto.
Il borioso saluto al diverso.
Il tempo perso per futilità.

Con questo concatenarsi delle parole esposte; e con questo atteggiamento di grande capacità di percuotersi il petto – da parte di una persona che, sinceramente, nessuno di noi sarebbe disposto a annoverare tra i maggiori peccatori dell’umanità.
A pagina 67 nella poesia "La sigaretta" siamo chiamati a chiederci se per caso Dio non fumi, voglio proprio dire «se non sia un fumatore».
Una volta, se mi è permesso di ripercorrere qui brevemente questo ricordo, mi è parso di capire che forse anche Gesù poteva essere un fumatore. In una chiesa andalusa, a Carmona, dove vidi sull’altare una statua che francamente non ho mai rivisto da nessun’altra parte. Né un crocifisso, né un risorto, ma un Gesù accucciato durante una pausa della passione, con le mani sulle ginocchia come in una pausa tra una stazione e l’altra della via crucis. Accompagnavo una gita scolastica, e mi è venuta
spontanea l’associazione con i ragazzi che intanto aspettavano fuori che il pullman ripartisse, lì accovacciati con la loro sigaretta, e Lui sembrava uno di loro, insomma gli mancava giusto la sigaretta…
Qui naturalmente il discorso è diverso e questa poesia è caratteristica dell’operazione poetica, una sorta di bizzarria fantastica che con il gesto proprio della poesia inventa, a ridosso del fumo, una storia d’amore tutta particolare.

Del Divino Ingegnere
vorrei essere
l’amata sigaretta.
Estinguendomi in Lui
per compiacerLo,
riarsa d’amore
e consumata tutta.

Fra l’altro è una sigaretta che è andata avanti per diversi anni, perché questa è una poesia nata nel ’54, rielaborata nel ’79 e uscita nel 2012…
Una delle ultime poesie è un’epigrafe che dice che «per lo scrittore non è importante il suo corpo ma la sua anima». Con questa epigrafe torniamo ai sensi più riposti, alla più alta lezione di questo codice, che è appunto la meditazione sulla lotta fra il corpo e l’anima. Quando Maria Teresa mi ha chiesto di scrivere le due paginette che poi mi sono permesso di appuntare come prefazione, stavo lottando disperatamente con la traduzione dell’Eneide di Virgilio e ero totalmente immerso in un universo virgiliano. Però, nonostante che uno abbia sempre infinite cose da fare, quando si trova alle prese con uno spunto poetico interessante finisce per ricavare il tempo per occuparsene. Una poetessa romana, Fiorenza Mormile (nella sua raccolta Le calibrate spine, Roma, Fermenti, 1999, p. 98), ha scritto «Peccato che la smania di poetare/ ti colga quando avresti altro da fare…». La stessa cosa avviene quando scopri un libro che ti piace.
E, proprio parallelamente a questo libro di Maria Teresa che entrava nella mia vita e che chiedeva di essere commentato, ce n’era un altro che avevo casualmente scoperto, un libro abbastanza marginale, attribuito al timoniere di Enea, Palinuro. E per questo, quando ci ho trovato una certa frase, l’ho poi scritta nella prefazione. Un libro che finge di essere il diario di Palinuro, scritto però da Cyril Connolly (Palinuro, La tomba inquieta, edito in traduzione italiana da Adelphi). Questa frase mi ha molto colpito perché entrava in uno strano cortocircuito con la poesia di Maria Teresa:
«[…] e impariamo, per amara esperienza a caro prezzo pagata e grazie alla perdita cui non si potrà più porre riparo, che di tutte le nostre vane passioni e affetti passati solo il dolore dura».
Una frase che contiene una verità umana molto bruciante e reale.
Come abbiamo visto prima, la trovavo subito contraddetta dai versi scritti da Maria Teresa, che ha un’esperienza così profonda del dolore, per la sua amica scomparsa: «solo i pensieri non sono mai perduti».
E dunque non è il dolore l’ultima parola, ma sono i pensieri, l’anima, la profondità, l’anima che lotta con la carne, l’anima che cerca una spiegazione, che si prefigge un codice interiore, e che lo ricompone in un codice di poesie che è anche uno specchio di una idea di Dio.
Vi ringrazio. Alessandro Fo



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