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Read L'INCONTRO DI DUE VITE
eventi_letterari.pngRelazione della Prof.ssa Claudia CORTI - Presidente Proloco Poggibonsi, sul libro L'Incontro di due vite - Epistolario con Mario
VERDONE
Sampognaro&Pupi Editori Associati di
M.Teresa SANTALUCIA SCIBONA
,
Sabato 7 Maggio 2011 ore 17,30 - Libreria Mondadori -Disco Shop -Largo Campidoglio 19 -Poggibonsi (Si)
Segue relazione....

Relazione di Claudia Corti, Presidente Proloco -Poggibonsi sul volume di M. Teresa
Santalucia Scibona “ L’incontro di due vite” Epistolario con Mario Verdone

Sampognaro&Pupi Editori Associati.

Maria Teresa Scibona o dell'amicizia


Il libro di cui parleremo, l'ultima fatica letteraria di M.T. Scibona, è “L'incontro di due vite. Epistolario con Mario Verdone” edito da Sampognano e Pupi nel 2010.
Dunque, un epistolario, che si snoda dal 1991 al 2004, che comprende però anche scritti di diversa natura, come prove di scrittura poetica, brevi inediti, e soprattutto che si apre con un'intervista del 1993 al prof. Verdone e si chiude con un testo, una recensione dal titolo “Mario Verdone incontra il Giappone”, relativa ad un'esperienza sulla cinematografia giapponese. Tra questi due poli, si apre lo spazio poetico dell'epistolario, il nucleo o 'l'incontro di due vite', come recita il titolo.
Ancora una volta, M.T. Scibona ci sorprende offrendoci una prova singolare, quella dell'epistolario, che mette in gioco un'esperienza altrettanto singolare e importante, quella dell'amicizia.
Devo dire subito che la relazione tra la poetessa senese e Mario Verdone ha un sapore antico, ci richiama la significatività, l'onestà intellettuale con cui tanti letterati e intellettuali del secolo scorso si sono legati tra loro e che ha permesso di comporre pagine culturali straordinarie. Ci richiama relazioni che nascono nella diversità, ma che si costruiscono e arricchiscono sulla base di un percorso comune e condiviso. Penso a Bilenchi e Maccari, per esempio, oppure a Bilenchi e Luzi, ma gli esempi potrebbero essere infiniti altri e includono l'esperienza della stessa Maria Teresa Scibona.


Il carteggio con Mario Verdone è un piccolo,prezioso gioiello che testimonia di un'amicizia intellettuale, o meglio, che la racconta e racconta come si costruisca e si arricchisca, attraverso la distanza e la diversità, ma anche attraverso la consapevolezza di qualcosa di comune, autenticamente comune.
Il carteggio si apre con una lettera insieme di ringraziamento e di augurio: è il 7 gennaio 1991 e Mario Verdone scrive alla sua interlocutrice:
“Gentile Signora M.Teresa, ho letto con tanto gradimento le liriche che mi dette a Siena, dove apprezzai il profondo sentimento e la misura. Ora ricevo la sua poesia natalizia e sono toccato dalla discrezione e dalla grazia di questo 'ramo d'inverno' che fa tesoro anche della brina, non rinuncia alle sue gettate e sa di poter godere di nuovi fiori e di luce (...)” (pag. 19).
Il punto di tangenza, l'occasione iniziale dell'incontro è stabilito dall'offerta di alcune liriche, una raccolta già pubblicata, e poi dalla 'poesia natalizia'; il punto di contatto in profondo è dato dunque dalla poesia (offerta come dono libero e autenticamente sincero, ricevuta con 'gradimento' e piacere). La poesia allora diventa un pre-testo, lo strumento su cui intessere una nuova relazione amicale e intellettuale.
Mario Verdone poi coglie subito, con sicura delicatezza, le connotazioni della produzione poetica di Maria Teresa Scibona, facendo subito riferimento al 'profondo sentimento' e alla 'misura' che la percorrono; sono notazioni veloci, d'accordo, ma pienamente condivisibili. Più avanti parla ancora di 'discrezione' e 'grazia', qualità o virtù che si sprigionano con forza da un 'ramo d'inverno', che non rinuncia o che sa far tesoro anche della brina. I fiori nascono dal letame, avrebbe detto Fabrizio De Andrè. La bellezza autentica (o la poesia vera) nascono dalla materialità dolorosa dei corpi, da un abisso di pena e dolore, potremmo parafrasare.
In altri passi Maria Teresa parla espressamente di quel 'fato/sghembo e beffardo' che pure è all'origine della sua esperienza creativa e poetica, un fato che incrudelisce sulla carne e si incide dolorosamente sui corpi, lasciando tuttavia aperto lo spiraglio di un coraggio indomito, di chi non rinuncia alla vita, non si dà per vinta, anzi si attacca con forza e determinazione alle occasioni di dolce consolazione che le sono concesse. Altrove Maria Teresa si presenta come 'un vispo pettirosso', coraggioso e curioso, che sa affrontare le batoste più crudeli, le asperità del cammino, senza perdere l'innata voglia di conoscere e sperimentare, senza schivare o abbassare la testa.
L'immagine del pettirosso era piaciuta anche allo stesso Verdone, che il 18 aprile 1994, dopo aver ricevuto e letto la raccolta del 1993 (“Il tempo sospeso e la vita seduta”) le invia “un affrettato, ma sentito e sincero parere” e in questo contesto la rilancia come suggestiva esemplificazione di essenza.
Tra le altre cose, Verdone ci offre un raffinato esempio di sensibilità critica, in quanto in uno spazio brevissimo ci disegna i tratti fondanti il discorso poetico di Maria Teresa, la sua limpidissima, “trasparente sensibilità elegiaca”, un incedere sommesso eppure fermo che costituiscono la cifra stilistica del discorso. Due sensibilità, le loro, che si incontrano e si riconoscono, verrebbe da dire.
La malattia, leopardianamente intesa come il terribile condizionamento della natura su ognuno di noi, alimenta incessantemente la parola poetica, ma anche la sincerità spudorata con cui parlare di sé, senza infingimenti o camuffamenti, accettando quello che è la realtà. Nello stesso tempo la sincerità dell'ispirazione sembrano trovare nella scrittura e nella poesia la possibilità di un riscatto, argine al dolore, e nell'amicizia (ora offerta, ora ricercata, ora difesa con implacabile fedeltà) un dolcissimo conforto.
Del resto, Maria Teresa appone in epigrafe al suo “Il tempo del dolore” una incisiva citazione da M.me de Sèvigné: “Lo scrivere è l'unico modo per rendere tollerabile una indicibile sofferenza” (p.98). E l'idea antica, eppure sempre attuale, del valore consolatorio della scrittura, di quella 'narrazione' particolarissima che è la poesia torna e si afferma in primo piano. Questo, il quadro che si sottende di continuo alla produzione di Maria Teresa Scibona e che il prof. Verdone sa cogliere benissimo e riconoscere.

Tornando all'epistolario, troviamo poi un'ulteriore sorpresa: l'esperienza di conoscenza, aperta nel modo che dicevamo, si consolida e si arricchisce poi con uno scambio paritetico, perchè qualche tempo dopo Verdone invia all'amica un breve, incisivo inedito, dal titolo “Il progresso umano”, qui riportato a pag.20, in cui consegna una riflessione all'apparenza sul progresso umano, in realtà sulla vita nella sua dimensione più profonda ed universale.
Come si vede, si esprime con elegiaca saggezza un'idea della vita continuamente attaccata dalle delusioni e dalle sconfitte, che è impossibile ridurre a marcia trionfale o a titanica affermazione, sempre vincente, della volontà o dell'intelletto: anche le conquiste più alte ed importanti possono essere il frutto di cadute, di coincidenze fortuite, di insensatezze. Sempre in questa paginetta, Verdone, lasciando intravedere una traccia delle sue simpatie per le avanguardie primo-novecentesche, scrive che “Una linea tutta diritta non c'è. (...)” ma solo un “tracciato incerto, tutto frastagliato, tutto curve e spigoli” (p.20). E, malgrado tutto, la curiosità, la voglia di esplorare e di conoscere è sempre vivida, non può spegnersi.
In questa affermazione, nella filosofia di vita che vi si sottende, c'è il punto di incontro e, insieme, il punto di partenza per un percorso, l'amicizia, da compiere insieme. Da questo momento, si rafforzano e si consolidano la stima, la considerazione affettuosa, la premura, ma anche la vicinanza solidale, una riflessione che è, a ben vedere, comune e autentica.
Questo vale anche quando il tono e il contenuto delle lettere appaiono leggeri e leggermente svagati oppure affrontano i piccoli e grandi incidenti della quotidianità (la caduta in bagno in Bulgaria, l'incidente automobilistico del 1995, i furti nella casa di Cantalupo etc.), i pressanti impegni di lavoro, i viaggi frenetici, ma anche i giudizi netti e recisi (penso, per esempio, al biglietto del 1995, in cui il prof. Verdone seccamente parla del film “Con gli occhi chiusi” pag.38). Sullo sfondo del carteggio si delinea quindi una polarità che oscilla tra un costante riferimento a Siena e alla placida topografia senese e il movimento frenetico legato agli impegni di Verdone.
Accanto a questo, però, c'è il richiamo costante alla poesia, alle prove di scrittura dell'uno e dell'altra. Nella lettera del 18 novembre 1991, Maria Teresa Scibona si rivolge all'amico “in una uggiosa mattinata di pioggia”, “rintanata nella mia solita clausura” e lo pensa come un “moderno ed errante Ulisse, che viaggia anche per me” (pag.27): c'è una complementarietà asserita e soprattutto sentita, l'immobilità si staglia contro il movimento di scoperta dell'Ulisse moderno, ma nello stesso tempol'immobilità non esclude, anzi provoca i movimenti dello spirito, dell'anima. E per questo acclude al suo biglietto dei versi, un testo, “Lettera”, dedicato espressamente a lui, soprattutto un delicatissimo momento di confessione e di amicizia. “Già non mi sento sola. / Il cuore spento / e disabitato, / è illuminato dal conforto / dell'amicizia.” (pag.28). Il cuore disabitato, altrove il ramo d' inverno, sono tutte immagini che rimandano alla durezza della propria condizione, ma subito compare la fiammella dell'amicizia, il dolce e fragile conforto che ne deriva.
Verdone, qualche tempo dopo, le risponde con un altro testo, “Lo scialle di lana” (pag.29), dedicato, in segno di ringraziamento, “alla sua squisita sensibilità femminile”. Quindi, la poesia alimenta e rafforza l'amicizia e al tempo stesso l'amicizia produce nuove occasioni di poesia. C'è in questi testi un comune sentire elegiaco, che vede stemperare, solo stemperare, le asprezze e le amarezze, ma questo moto dell'anima è possibile prorio in virtù dell'amicizia, della corrispondenza segreta che li lega.

Maria Teresa Scibona invia scrupolosamente a Mario Verdone copia delle sue pubblicazioni e altrettanto puntualmente Verdone le fa pervenire il giudizio di riscontro, un giudizio di solito lucido e sicuro, capace di mettere a nudo il cuore, l'essenza della prova poetica della poetessa. Si veda, per esempio, “la noticina” relativa a “Il viaggio verticale” del 2001. Nello stesso tempo, Verdone si concede il vezzo di inviare a Maria Teresa auguri per il 2001 e insieme una poesia, rinnovando così la consuetudine del dono delicatissimo di sé, attraverso i pensieri e i versi.
A poco a poco, tuttavia, i contatti epistolari si diradano, compaiono per Verdone i primi riferimenti a malanni e disagi fisici, ma si mantiene immutata l'amicizia, soprattutto ogni occasione è valida per mantenerla salda e riaffermarla. L'ultimo biglietto, che risale al 14 dicembre 2004, allude a problemi incipienti di salute, ma al contempo il vecchio intellettuale esprime la sua ammirazione per l'inesausta vitalità e attività di Maria Teresa Scibona, alle prese con la modernità nella comunicazione: “Ti ammiro per le tue attività. Io non voglio un mio web, e-mail ecc. Perderei la pace” (pag.69). Fa un certo effetto sentire l'antico esploratore delle arditezze della modernità futurista e non solo dichiarare la sua estraneità rispetto ai nuovi strumenti del comunicare! La curiosità che aveva animato inesausta l'avventura intellettuale e culturale di Mario Verdone qui sembra tacere, sembra spenta. E qui si chiude significativamente l'epistolario. Qui tace l'elemento che aveva accomunato le due vite: la curiosità e il movimento, la curiosità e il viaggio, perseguiti in forme e modalità diverse, ma talmente profondi da incarnare l'essenza stessa della vita. Per entrambi.

Claudia Corti

Poggibonsi, Sabato 7 maggio 2011 Libreria Mondadori DiscoShop



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