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RECENSIONE DI
ANTONIO PAGHI
Per la presentazione del volume poetico “ Il Sogno del Cavallo”(2008)
di M. Teresa Santalucia Scibona - Pascal Editrice



Leggendo l’ultima raccolta di poesie di MTS, mi tornava insistentemente alla memoria un verso di Rebora: non dire la cosa ove l’uomo e la vita s’intendono ancora. La cosa sono le lacerazioni inenarrabili che ha prodotto la vita di trincea durante la prima guerra mondiale in un essere umano.

Rebora, vi è noto, faceva parte di un gruppo di poeti primonovecenteschi genericamente definiti Vociani, e che in tempi recenti sono stati ascritti alla categoria dell’espressionismo letterario. Dunque poeti d’avanguardia, che sperimentavano innovazioni dure e dissonanti sul piano dei contenuti e della forma. Motivo per cui quei poeti non compresero e rifiutarono Saba, nonostante la novità del suo Canzoniere - anche lui raccontava una terribile lacerazione, seppure psicologica), ma lo faceva in endecasillabi, con un dettato (apparentemente) semplice, piano e scorrevole, e con un occhio alla tradizione letteraria italiana che faceva capo a Petrarca.

Queste due linee hanno caratterizzato tutta la letteratura e in particolare la lirica del novecento italiano. Sperimentazione, innovazione, rottura dei canoni anche violenta da un lato, recupero della tradizione, adesione a un modello riconosciuto da pubblico e autori dall’altro.

E’ ovvio che M. Teresa Santalucia si ricollega programmaticamente al secondo dei due filoni, e non occorre ribadirlo, basta leggere uno qualsiasi dei suoi testi. Ma questo non rispondeva alla domanda: perché M.Teresa non dice la cosa? Perché M.Teresa ha scritta nel suo corpo la sofferenza, una sofferenza che l’avvicina alla vita di un Leopardi. Una sofferenza incomprensibile per la maggior parte di noi, segnata da un dolore costante, quotidiano. Perché le sue poesie sono così dolci – seppure segnate da una base spessa di tristezza e melanconia – così rasserenanti, così pacificatorie per chi legge?

Per Leopardi, uno degli aspetti della poesia è stato, fino all’ultimo, quello legato alla ginestra, il fiore che resiste al dilagare della insensatezza del male mentre effonde il suo tenue profumo sul deserto della vita: capace di consolare, nel momento stesso in cui la rivela, la sofferenza dell’uomo perseguitato dalla natura.

E’ questa forse la risposta alla domanda iniziale, che ci dice anche la cifra stilistica e tematica propria di Maria Teresa Santalucia: sublimazione e consolazione, appunto, sono le caratteristiche di questi testi. Liricità del dettato, successione di endecasillabi e settenari, eccellente senso del ritmo, soave scelta e accostamento delle parole: tutto contribuisce a generare nel lettore un senso di serenità pacificata, di rasserenante godimento estetico. Cosa che non fa certo dimenticare la riflessione amara che torna con insistenza nelle poesie dell’autrice, nei testi di questa raccolta meno che in altri, tranne che nel finale di Tatà. Qui rimane piuttosto un senso di melanconia, di tristezza, di nostalgia che lascia presagire quel dolore e quella sofferenza, mai dimentica, al limite sublimata nella bellezza del testo.

Non c’è riflessione diretta, in questi testi, perché si tratta di poesie d’occasione o di paesaggio, prevalentemente descrittive. Ma la presenza del luogo – la città di Siena, il paesaggio - è centrale per capire il passaggio sublimatorio di cui sto parlando. Siena è il luogo privilegiato di questo recupero di una identità, del superamento della scissione e della lacerazione, della ricomposizione delle membra lacerate. Il paesaggio è un acquerello, un idillio in cui l’uomo e la vita s’intendono ancora: la sua visione riunisce particolare e universale, sana la ferita, ricompone il dolore, le membra sfatte di Osiride. Il paesaggio, come la poesia, come il vino, è la morfina dell’anima

Allora, vediamole più da vicino queste poesie, facilmente suddivisibili in due momenti: Siena e la sua campagna.

La città è intesa non solo come architettura ma come spirito di una città. La poesia dedicatoria è a Siena mia, , dove la città appare subito con alcuni caratteri che ritorneranno più volte nel libretto: le sue contraddizioni (la dolcezza e la sensualità di una “madonna addormentata” contro la durezza di bastioni, rudi cavalieri) la pulsazione della vita che scorre nelle sue vene e batte coi suoi tamburi (animi fieri della gente tua) il richiamo alle ubertose colline, di vita come fertilità-felicità (in senso latino di felicitas). Tutti elementi che tornano nel secondo componimento per Siena, Un sentiero di pietre: qui il contrasto o meglio l’ossimoro, inteso proprio come dialettica tra opposti, è più marcato: l’ermetismo neopagano delle tarsìe marmoree nel duomo conflitta con la dedica alla Vergine, la secchezza e durezza della pietra serena, la sua aridità, con la carsica diana che scorre nelle viscere della città. Il suo popolo è custode di reperti, e non solo da museo, ma legati a un sapere antico, misterioso e ancestrale (e torna il tema ermetico del pavimento del duomo), odi profondi e altrettanto profondi amori nascono e si radicano tra le sue mura. Nel finale appare il tema del vino, che tornerà, ripreso e variato, in più testi.

Si comprende dunque da subito il carattere di queste liriche: da una parte un atto d’amore per Siena non impulsivo e scontato, ma che nasce dal recupero e dalla fondazione di una identità, dal senso forte di appartenenza a una comunità cittadina, (una civitas, una polis). Dall’altro c’è in questi testi un penetrare lo spirito della città per renderne una visione che è anche una interpretazione – uno svelare al lettore aspetti della città che rimangono latenti, come quella trifora o quel balcone che è sempre stato là, sulla strada che da quarant’anni si percorre tutti i giorni, ma che solo adesso si scopre per la prima volta, alzando lo sguardo in un particolare momento di grazia.

Senso di appartenenza che, ovviamente, fa nascere le tre poesie per il palio, due per l’amata contrada della Torre. In queste ultime c’è tutto quel grumo di sentimenti che ogni senese conosce fin troppo bene, e che intender non lo può chi non lo prova: la speranza, la ferita della sconfitta, il sogno, l’invocazione che viene dal fondo delle viscere, la gioia, il grido liberatorio o di disperazione, l’attesa spasmodica che sembra far scoppiare tutto il nostro essere. La poesia del 15 agosto 2005 è poesia d’occasione dedicata a Berio, e ogni commento è ovviamente fuor di luogo (è sufficiente osservare la copertina del libro con il magico dipinto di Enzo Santini).

La città della vergine è la città di Caterina. Nella poesia Il desiderio di Caterina, si potrebbe dire che Caterina è il desiderio. Della Santa viene messo in luce soprattutto l’elemento della imitatio Christi: il riferimento alle stimmate è solo la conclusione di un testo in cui Caterina si fa vittima sacrificale per espiare i peccati del mondo. Caterina è la donna che unisce l’umanità a Dio: l’essere particolare che riporta l’uomo all’assoluto universale. Una Caterina molto donna, questa di Maria Teresa Santalucia: Non è la santa accesa di ardore mistico, ossessionata dalla figura del sangue. Si sottolinea piuttosto l’esile figura della donna, che diviene recipiente colmo di ardore serafico, capace di contrastare e sconfiggere i mostri di perfidia del male che è nella storia, e ottenere, facendosi agnus dei, perdono eterno per tutti.

In una plaquette di poesie su Siena non potevano mancare certi suoi luoghi canonici. È San Domenico avvolta dalla magia della sera, della luna e del ricordo. E’ Fonte gaia oggetto di una ballata di sei quartine di endecasillabi. Sono i bastioni del ricordo, quella Fortezza medicea dove

ogni giovane ha passeggiato con l’amico per fantasticare sul futuro, o mano nella mano con i primi amori. E’ l’osteria delle Logge, che ha saputo combinare con perfetto epicureismo piaceri della cultura e del palato, ed è, ca va sans dire, Piazza del Campo. A lei è dedicata la poesia più extravagante della silloge, caratterizzata da un tono graffiante che ricorda La contesa dei vini. Alto e basso sono posti qui in contrasto per generare un sarcasmo e un grottesco che sfocia nella impotente condanna degli aspetti più deleteri della contemporaneità, la speculazione – o meglio, l’imbecillaggine edilizia intorno a Siena, e l’imbecillaggine ignorante del turismo di massa - l’altera, gotica torre si sdegna degli abitati amorfi sorti fuori dalle mura mentre è assordata dai turisti, i mattoni della piazza sono timbrati dal sudore di corpi che vi si sdraiano senza sapere i secoli di storia che li hanno consunti.

Tutte le poesie dedicate a Siena sono dunque né bozzettistiche né cariche delle lodi autocompiaciute alla città – quelle per intendersi di certi stornelli o luoghi comuni tutti senesi. Si caricano invece di una densità dissimulata nel tono piano del dettato, che in questa raccolta, rispetto a altre prove, è ancora più asciutto e a tratti quasi dimesso, in uno stile che con Dante si potrebbe chiamare medio ed elegiaco.

Lo stesso tono che incarna di sé il gruppo di poesie forse più intense della raccolta, quelle dedicate a ciò che sta “fuori dal presente” e “fuori dalle mura”: passato e paesaggio.

La magica bellezza delle crete senesi, la sinuosità sensuale dei suoi profili, la dolcezza del paesaggio : si può dire che questo paesaggio sia omologo alla poesia di Maria Teresa Scibona, è una sublimazione di una lacerazione, la sutura per via idillica di una ferita presente. Ancora, le crete e il paesaggio osservati dagli occhi dell’autrice si rivelano come scrigni depositari di un sapere antico, arcaico, ancestrale – sempre dissimulato nella levità idillica della descrizione paesaggistica.


Un evidente legame con l’arcaico è presente nel tema del vino. Si potrebbe fare una storia della letteratura “mediterranea” basandosi solo su questo tema: dalla Bibbia ai poemi omerici, fino ai poeti greci e latini (Marziale per tutti), alle quartine di Ommar kayyam, al Bacco rinascimentale fino alla sezione dedicata al vino nei fleur du mal di Baudelaire. Come sappiamo tutti, il vino è il protagonista di quella deliziosa Contesa edita dallo stesso editore di questa raccolta. L’aspetto tradizionale del vino come morfina dell’anima per la dolente umanità è il primo aspetto di questo tema, presente in particolare semel in anno.

Vino e olio, le basi, assieme al grano, della cultura mediterranea. Sacro ad Atena, fondamento del letto di Ulisse come della città dedicata alla Dèa, l’olio è il protagonista di sapore antico, che fa della spremitura delle olive un rito ancestrale, che unisce le nostre campagne alle ulivete dell’Itaca di Ulisse. Dunque, nel gesto banale di condire una fetta di pane con l’olio in realtà occorre cogliere, ci dice Scibona, una memoria antropologica stratificata in tremila anni di storia. La stessa memoria antropologica che si ritrova nel vino. La vendemmia è rito ancestrale che tramanda gesti uguali nei secoli, nei millenni. Il vino è il sangue della terra: in colline senesi alla vendemmia l’universo con i suoi elementi archetipici si incontra nuovamente con l’uomo in una stupefatta armonia: il sole (l’elemento igneo) matura le zocche, le nuvole che scorrono nel cielo imbevono d’acqua la terra, l’uomo raccoglie questo misterioso connubio e ne fa un vino denso d’antichi aromi.

In questa recuperata totalità dove particolare e universale si possono ancora incontrare, la natura si fa antropomorfa: il vento gioca scherzoso, le nuvole si sfiniscono, le viti civettano come fanciulle d’altri tempi. Il tono idillico dello stile fa da pendant all’idillio paesaggistico – e voglio ricordare l’interesse culturale e la passione di Maria Teresa per le arti figurative. L’io lirico può dichiarare il suo amore per le colline come per una persona, carezzare con lo sguardo i morbidi clivi come le guance di un bambino. Anche la morte appare gradita in questo contesto: in Ritorno alla terra, gli elementi più grati della natura, viole, miele, viti e giaggioli, non solo accolgono il corpo sepolto nelle viscere della montagnola, consolando chi immagina la propria morte; ma lasciano ipotizzare una sua vita eterna, nel ciclo sovraumano della natura. Ancora l’elemento antropologico e ancestrale torna nella figura del pastore. Un iniziale elemento leopardiano che accomuna la vita del pastore a quella dell'uomo sfuma nell’immagine del dio preistorico che nell’antro cavernicolo ritualmente accaglia il latte per farne uno dei primi cibi trasformati dell’umanità. Archetipico e ancestrale è il contenuto del sonetto dedicato a Rapolano, L’acqua della vita. La forma del sonetto ribadisce quell’attaccamento programmatico alla tradizione di cui dicevo all’inizio – tra l’altro è molto più difficile scrivere sonetti che poesie “libere” da vincoli metrici. Qui le coppie antitetiche vita-morte, aridità-acqua sono sintetizzabili nell’archetipo junghiano dell’acqua di vita, che garantisce l’immortalità dopo la trasfigurazione.

Con questo ho concluso. Come sempre, il libro è infinitamente superiore alla riflessione arida del critico letterario. Pertanto, posso solo augurarvi una buona lettura, con un consiglio che personalmente ho messo in pratica: libate questo libretto assieme a un calice di buon rosso, seduti all’aperto, a questo primo sole d’estate, in faccia alle nostre colline. Vi garantisco che a libro chiuso, e a bicchiere vuoto, il mondo appare assai più sorridente.

Antonio Paghi
Siena,10 maggio 2008




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